Insieme

Meditazioni pasquali

La Pasqua di quest’anno accade in un momento particolarmente buio nel cammino dell’umanità: il dramma della pandemia e la tragedia della guerra si uniscono alle ferite del male che quotidianamente segnano la vita di tanti di noi: lutti, malattie, povertà, incomprensioni, egoismi, indifferenze…

Ancora più intensa in questa Pasqua si leva l’invocazione dei credenti perché la luce di Cristo Risorto invada le tenebre del mondo e dei cuori, e perché con nuovo slancio missionario i testimoni del Risorto come artigiani di pace si adoperino verso tutti per una vita degna di essere vissuta e per una vita buona. In queste dense tenebre risuona ancora con esultanza l’annuncio: “Cristo Signore è risorto!”. Ma qual è la sostanza di questo grido che ha la forza di cambiare il cuore dell’uomo e le sorti del mondo? E’ questa la domanda che ha guidato la meditazione dei testi della Parola e delle liturgie del Triduo pasquale di quest’anno.

Il mattino di Pasqua sono numerose le visite al sepolcro vuoto. Tutti hanno sotto gli occhi la stessa scena: la pietra rotolata, la tomba vuota, il lenzuolo e le bende sul letto della sepoltura, gli angeli in veste sfolgorante. Ma solo Giovanni – annota lui stesso nel suo Vangelo – “vide e credette”. Non Pietro, non le donne, nemmeno la Maddalena, che dapprima vede in Gesù Risorto che sta dietro di lei, il giardiniere, e solo dopo riconosce il suo Signore e Maestro. Che cosa ha cambiato il suo sguardo? E che cosa illuminava lo sguardo di Giovanni per vedere ciò che gli altri non hanno visto?

Alla tavola dell’ultima cena, “quando era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, Gesù, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Gesù, che ha vissuto tutta la sua esistenza terrena come uomo tra gli uomini con l’unico scopo di mostrare l’amore di Dio Padre, consacra la propria esistenza con il gesto del servizio caritatevole della lavanda dei piedi e i segni del pane e del vino consegnati come suo Corpo e suo Sangue, comandando ai discepoli di fare lo stesso e di rimanere nel suo amore che è l’amore stesso del Padre.

Nel momento della sua condanna viene barattato con un malfattore e omicida, già condannato alla pena capitale dal tribunale romano per le sue colpe. Non uno a caso. Uno in cui ci possiamo riconoscere tutti. Uno che di nome fa Barabba. Bar-Abba: in aramaico “figlio del Padre”. Gesù si consegna. Prende su di sé la storia del male di quell’uomo prigioniero del male e dei suoi peccati, perché tornasse “libero”, perché tornasse ad essere e a vivere libero, come un vero “figlio del Padre”. Liberato dall’amore del Padre che in Gesù lo raggiunge in fondo alla spirale del male, viene restituito alla vita, rinato come figlio del Padre.

E poi c’è il mattino di Pasqua. Cosa ha visto Giovanni con uno sguardo più profondo degli altri? Il suo occhio spirituale, era probabilmente illuminato da quella intensa poesia di amore dello sposo per la sua sposa che è il Cantico dei Cantici. C’è una immagine in questo poema dove lo sposo prepara il talamo nuziale per la sua sposa, stendendo con cura il lenzuolo sul letto. E questo lenzuolo si trova in modo inconsueto nel sepolcro. I morti, infatti, a quel tempo, venivano avvolti in bende (Lazzaro, chiamato fuori dal sepolcro da Gesù che lo restituisce a questa vita, esce avvolto in bende). Giovanni, entrando nel sepolcro vuoto, vede quel lenzuolo avvolto dalle bende, svuotato dal di dentro, disteso sul piano dove era posto il corpo di Gesù, lo sposo. E comprende. L’amore di Dio, è presente anche nella morte, ne ricolma l’abisso. La sposa infedele, che per la legge del peccato è finita inesorabilmente nell’abbraccio della morte, si ritrova nuovamente nell’abbraccio di amore del suo Sposo che l’ha raggiunta fin lì per liberarla dalla morte, e donarle una vita nuova, in una relazione definitiva e più piena. Giovanni non può che constatare con l’autore sacro del Cantico che davvero “forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6): un abbraccio inscindibile!

Giovanni si racconta nel suo vangelo come “colui che il Signore amava” (all’ultima cena – Gv 13,23; sotto la croce – Gv 19,26; presso il sepolcro vuoto – Gv 20,2; al lago di Galilea dove è il primo a riconoscere Gesù risorto che li attende sulla spiaggia – Gv 21,7). Giovanni si sentiva amato da Gesù. Guardato con amore. Noi sappiamo bene che c’è modo e modo di guardare e farsi guardare. Il più delle volte, per pudore, o per vergogna, diciamo e mostriamo di noi solo quello che vogliamo che gli altri vedano e sappiano. Difficilmente anche ai nostri amici riveliamo tutto di noi. Ma quando ci lasciamo raggiungere da uno sguardo pieno di amore, a poco a poco ci lasciamo scoprire e guardare per quello che siamo, e lasciamo che colui che ci ama ci abbracci e ci comprenda fino in fondo, fino negli angoli più bui del cuore, perfino nelle nostre ferite più nascoste, nei nostri drammi e nelle paure.

Solo lo sguardo di amore sa conoscere fino in fondo la verità delle persone e delle cose. E’ abitato da questo sguardo che Giovanni, il discepolo che si è lasciato amare dal Signore, può vedere ciò che gli altri non vedono. Lo stesso accade per la Maddalena, la donna dalla quale Gesù aveva scacciato sette demoni! Quando Gesù la chiama per nome e il calore della sua voce raggiunge il suo cuore, e il colore luminoso del suo amore la avvolge tutta intera, ecco che riconosce in quello che credeva il giardiniere, il suo sposo, che la incontra in una vita nuova, una vita risorta. E così lei, piena di gioia corre a dare l’annuncio che la rende testimone. Proprio come Giovanni che diventa testimone scrivendo il Vangelo. Proprio come Paolo che nella prima lettera ai Corinzi dice di essere il più piccolo degli apostoli perché ha perseguitato la Chiesa di Dio, diventando addirittura omicida. Ma – aggiunge con commozione – “Ultimo fra tutti apparve anche a me” (1Cor 15,8). E ancora: “Per grazia sono quello che sono” – non per merito – “e la sua grazia in me non è stata vana” (15,10). Il testimone, dunque, non parla di sé, dei suoi sforzi per diventare bravo, delle conquiste della sua volontà. I credenti – noi – siamo fatti testimoni e missionari per fede, non per buona volontà. Per fede: perché abbiamo riconosciuto l’amore di Dio che ci ha raggiunti e ci ha salvati, in quel giorno preciso, in quella situazione, attraverso quella persona o quel fato… e lo raccontiamo come un amore affidabile, che non conosce confini. E’ questa la sostanza dell’annuncio pasquale, che dona pace e letizia al cuore.

Non con le armi della guerra, non con la forza dei muscoli, ma armati del Vangelo che dona pace al cuore, siamo mandati come “artigiani di pace”, dentro le contraddizioni della storia, all’umanità ferita, per essere testimoni in prima persona di questo amore che salva, che si sperimenta proprio dentro le ferite del peccato e nell’abisso della morte. E così, in ogni Eucaristia, quando viene presentato il pane e il vino come Corpo e Sangue di Cristo, allo stesso modo di Gesù, il Figlio amato, anche noi, figli amati, insieme al sacerdote possiamo dire “prendete, mangiate, questo è il mio corpo” e poi andare nella vita quotidiana a farci “mangiare” dal prossimo nel servizio della carità, chinandoci a lavarci i piedi gli uni gli altri. Perché abbiamo ricevuto l’Amore, e per essere testimoni dell’Amore. Come ha fatto per noi il nostro Signore e Maestro. Come ci ha ordinato di fare Lui.

Santa Pasqua 2022

don Andrea